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Flaming Lips, Piazza Castello (Ferrara) (1° luglio 2006)
Gli OK Go aprono la serata tra ironia e goffaggini
Partiamo da cose dette e risapute: andate a vedere un concerto dei Flaming Lips, almeno una volta nella vita. Soprattutto se avete bisogno di divertirvi, di sorridere, e se non mi credete, beh, un motivo in più per vedere con i vostri occhi e toccare con le vostre mani.
Prima dell’abbuffata di Wayne Coyne e soci c’è il set degli Ok Go, quattro ragazzotti americani che giocano a fare i Franz Ferdinand, con tanto di cravattine strette e camicie optical. Sanno comunque tenere il palco da consumati intrattenitori, seppur con qualche goffaggine (l’aborto di stage diving da parte del frontman Damian Kulash) e danno il meglio nel finale, quando propongono un siparietto in cui ballano sulle note del singolo “A Million Ways” come una perfetta boyband.
Supereroi, Babbi Natale e alieni: il circo dei Flaming Lips
Mentre gli Ok Go lasciano la scena, cominciano ad aggirasi sul palco personaggi familiari: ecco che spunta Batman con in mano un mazzo di cavi, mentre dietro di lui Capitain America sistema le spie, e intanto Thor e Space Ghost si danno da fare con i microfoni. Ebbene sì, i supereroi sono fra noi e fanno i roadies per i Flaming Lips. Il loro datore di lavoro, Wayne, li osserva soddisfatto e gli dà occasionalmente una mano. A un lato del palco, Superman gonfia la palla trasparente dentro alla quale il brizzolato leader dei Flaming Lips rotolerà sulle teste e le mani del pubblico.
Finalmente è tutto pronto, arrivano anche Steven Drozd in tuta spaziale e Michael Ivins in costume da scheletro, Wayne entra nella sfera magica e viene lanciato sulla gente nell’esaltazione generale: e poi, semplicemente, la piazza esplode. Sulle note di “Race For The Prize” il palco è invaso da Babbi Natale e graziose aliene in tuta viola, tutti armati di torce elettriche, mentre due cannoni sparano coriandoli, e decine di palloni bianchi rimbalzano sulla folla già in delirio. Sotto la sagoma severa e imponente del Castello Estense prende forma uno spettacolo esageratamente kitsch, oltraggiosamente pacchiano e sopra le righe, capace di tramutare centinaia di adulti in bambini alla festa dell’asilo.
Pazienza poi se il repertorio è sempre quello, solo brani dagli ultimi tre album più la solita “She Don’t Use Jelly” e “War Pigs” dei Black Sabbath dedicata all’amministrazione Bush nel finale; pazienza per l’uso più che disinvolto delle basi registrate; l’importante è il singalong, che Wayne non si stanca di invocare ripetendo all’infinito i suoi ritornelli più riusciti. Se in studio i Flaming Lips sono scienziati bislacchi capaci di perdersi in psichedeliche dimensioni parallele, dal vivo sono invece gli impresari di un carrozzone in cui conta solo il divertimento ingenuo, lo stupore a bocca spalancata.
Wayne Coyne, ciarlatano geniale del singalong universale
Come ogni bravo ciarlatano, Wayne Coyne fa passare ninnoli superflui per rimedi ai mali più disparati: ti fa credere che il divertimento circense che vende sia un modo per incanalare energie positive contro la mancanza di senso del mondo e delle cose. Come ogni bravo ciarlatano, ti fa venire voglia di credergli davvero. E allora canti a squarciagola, occhi all’insù e sorriso ebete stampato in faccia, mentre sullo schermo scorrono i Teletubbies e Beverly Hills 90120, Dick Cheney e una bella ragazza nuda che balla. Ha tutto perfettamente senso, sul grande carrozzone dei Flaming Lips, e se torneranno in città, accorreremo a vederli di nuovo ridendo e saltellando come dietro al pifferaio di Hamelin.
(Stefano Folegati)

