DAVID GILMOUR, On An Island (Capitol, 2006)

Avvicinandosi al nuovo lavoro di David Gilmour non si può evitare di chiedersi che differenza possa fare che il disco solista di un chitarrista certamente capace ed importante, ma da anni più che prescindibile, sia presente oppure no sugli amati scaffali. Cercando di dimenticare l’orrenda copertina in odore di new age, degna di un disco di Yanni, la risposta arriva veloce come un fulmine. Subito distinguo l’atmosfera, le note lunghe, le scale blues con quel suono riconoscibile a miglia di distanza. Per un secondo si torna a “Shine On You Crazy Diamond” e ci si potrebbe quasi commuovere, se soltanto non fossero passati trent’anni.

In tutto questo tempo Gilmour non è cambiato di una virgola, se non per l’immensa panza e il triplo mento che si porta dietro. Il resto è identico. Ci sarebbe da gridare al miracolo per il fatto che l’abilità e la voce rendono il suo mestiere ancora pregno di una classe invidiabile; ma appena tentiamo di apprezzarne i lati positivi, una dose da elefante di valium ci piomba nelle orecchie e fra un assolo malinconico e una tastiera soffusa (opera del redivivo Rick Wright) l’abbiocco giunge inesorabile. Piuttosto soffermiamoci sull’onestà di un prodotto che con un po’ di avidità in più da parte del suo autore sarebbe potuto uscire col marchio Pink Floyd e ingannare molta più gente, raccattando miliardi come se piovesse. Pensiamo a questo. Alla sua faccia da simpaticone. Alle bellissime Fender Stratocaster che suona da sempre. Pensiamo al fatto che se una volta era il più figo della band alla faccia di tutti gli altri, adesso Waters sembra Richard Gere e lui invece sembra il Gabibbo. Pensiamo a tutto questo. E facciamolo mentre ascoltiamo qualcos’altro, appoggiando “On An Island” in cima alla pila delle uscite da dimenticare.

Ora non è ben chiaro se questo possa sembrare un album dei Pink Floyd Capitolo III° o “The Division Bell” fosse già ai tempi un album solista di Gilmour. Ciò che rimane è la completa mancanza di novità dopo un buco di dodici anni, che forse sarà un’ancora di salvataggio per gli amanti di quel periodo, ma che sicuramente è una botta sulla nuca di noi speranzosi ascoltatori.

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