TYING TIFFANY, Undercover (Jato Music / Wide, 2005)

In Italia esistono gruppi eccezionali. Forse la nostra scena non è mai stata così ricca e variegata come in questi anni. Quello che continua a mancare, però, e che porta tutti verso un’esterofilia sempre più immotivata, è la mancanza di un personaggio che sappia attirare l’attenzione. Manca qualcuno che crei scompiglio, che faccia parlare di sé al di fuori della musica (non verrete a dirmi che i vari Libertines, Babyshambles eccetera sono sulle copertine dei giornali per meriti musicali, vero?).

Beh, forse questo personaggio ora l’abbiamo trovato. E se non altro farà storcere il naso a molti: perché è una donna, perché canta di sesso, perché è carina (anzi, è una Suicide Girl, a dirla tutta), perché segue lo stesso percorso che ha portato dal punk all’elettronica gente come Peaches o le Chicks On Speed. Il debutto di Tying Tiffany offre il fianco a moltissime critiche che non riguardano i meriti musicali: la ragazza si spoglia per vendere o per provocare? Femminista? Esibizionista? Quante domande inutili…la verità è che “Undercover” è un disco estremamente divertente e ben fatto, con un’ottima produzione che sottolinea i trascorsi punk della ragazza ma non per questo trascura la qualità del suono e che strizza l’occhio agli appassionati con divertenti citazioni (“I’m not a peach” non è forse un rifiuto divertito del paragone che tutti faranno? E ancora, un titolo come “LCD Soundsystem is playing at my house”…in quanti continueranno la saga di questo titolo?).

Non sappiamo per quanto durerà ancora il fenomeno electroclash, ma qui le citazioni anni ’80 sono assolutamente rigorose, a partire da “Wake up”, che inizia col suono che annunciava il lato A nelle audiocassette (lo ricordate? sembrano passati secoli…); la musica è dura e i beat sono possenti, ma non si dimentica mai una spiccata sensibilità per il pop, o quantomeno per una melodia che ti conficchi con forza nel cervello: accade con le urla indolenti di “Sugar boy, sugar girl”, con la divertentissima scheggia telefonica – i battiti cafoni pompati a mille – di “Telekoma”, o nella saltellante e decisamente più morbida linea di “Honey doll”, o ancora negli archi sintetici di “You know me?”.

Insomma, sarà un personaggio, sarà l’ennesima ragazza che cerca di vendere musica attraverso il corpo, ma “Undercover” diverte e funziona. E un pezzo come “I wanna be your MP3”, con qui riff di chitarra e tutti quei titoli punk citati in ordine sparso, sarebbe capace di far morire d’invidia una qualunque Kathleen Hanna in vena di electro…

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