BELLINI, Small Stones (Temporary Residence / Wide, 2005)

Il mondo dell’indie rock è piccolo, ma ha le sue storie tragicomiche che passano di bocca in bocca tra appassionati. Immaginate di essere in una band, e che il vostro batterista si alzi e lasci il gruppo. Può accadere. Ma è meno gradevole se il vostro batterista vi lascia DURANTE un concerto. È quello che è accaduto ai Bellini, una band che è rimasta miracolosamente in piedi dopo l’abbandono di Damon Che (già nei Don Caballero), e che è tornata ora con “Small stones”, mezz’ora di spigoli densi, con una delle voci più trascinanti che mi sia mai capitato di ascoltare.

L’abbandono di Che ha tolto molta dell’imprevedibilità ritmica del debutto di tre anni fa, “Snowing sun”, e ora l’asse del gruppo sembra spostarsi più verso Catania che non verso Austin: detto in altre parole, i Bellini assomigliano molto di più agli Uzeda rispetto a prima, e la chitarra di Agostino Tilotta è la protagonista assoluta del disco, assieme alla voce di Giovanna Cacciola, sempre più duttile e capace di veicolare un senso reale di disperazione (si ascolti l’iniziale “Room number five”), sempre sul punto di lacerarsi (“The exact distance to the stars”) o di assomigliare a quella di una bimba spaventata (“Raymond”).

Comunque sia, “Small stones” è un disco meraviglioso, soprattutto nella prima parte: “Room number five” attacca con rintocchi silenziosi di batteria, per poi comprimere e rilasciare le proprie esplosioni di suono; “Fuck the mobile phone” vive di imprevisti cambi di tempo, mentre la già citata “The exact distance to the stars” è semplicemente strepitosa nel suo crescendo: sembra sempre sul punto di deragliare, e invece aumenta, aumenta fino al parossismo, e ti mette i brividi; “The buffalo song” è puro math-rock come non lo suona più nessuno: la batteria si ravviva mentre la chitarra gira ossessiva su due corde per poi aprirsi a stacchi dissonanti incredibili, e la voce è un grido minaccioso in pieno volto.

Come se non potesse sostenere a lungo questa frenesia violenta, il disco rallenta nella melodia perversa di “Not any man”: una donna canta l’amore per un uomo che non ascolta, e l’orizzonte è fatto solo di un cielo grigio e basso, che lascia sfiniti. Eppure c’è ancora forza nella voce, e nel passo marziale di “Chaser”: gli strumenti sembrano sul punto di incespicare l’uno nell’altro, e invece riprendono subito dopo con ancora più foga; ed è ancora angoscia, la paura del mondo esterno che cresce nella voce, la batteria come un cuore impazzito e le chitarre che deragliano (“Smiling fear”), fino a trovare un equilibrio instabile ed esplodere nel noise di “Agatha”.

“Small stones” è un disco per chi non è angosciato dal buio. O per chi sa che proprio nel buio, in qualche modo, può trovare una forza e una seduzione inattesa.

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