YO LA TENGO, Prisoners of Love – A Smattering of Scintillating Senescent Songs 1985-2003 (Matador, 2005)

La storia recente del rock ‘n’roll è piena di raccolte superflue, dischi di cui nessuno sente il bisogno. Ebbene “Prisoners of Love”, che racconta la vicenda di un gruppo che ha vissuto nel modo migliore venti anni di musica, è tutt’altra cosa. I Yo La Tengo di Ira Kaplan e Georgia Hubley hanno vissuto nel modo migliore diciotto anni di attività, collezionando una dozzina tra album ed ep, con dischi spesso eccellenti e senza un grammo della spocchia che troppi musicisti si portano dietro. Eppure nessuno come i due coniugi di Hoboken, prima con l’aiuto di Stephan Wichnewski e poi di James McNew, ha scritto tante pagine importanti dell’indie rock americano. Per questo forse non bastano ventisei brani per raccontare i Yo La Tengo e forse qui non sono neanche raccolte tutte le canzoni giuste per raccontarli.

Un po’ perché è difficile decidere quali brani scegliere in dischi immensi come “Fakebook”, “Painful”, “I can hear my heart beatine as one” e “And then nothing turned itself inside-out”, un po’ perché ognuno ha i propri Yo La Tengo e le proprie canzoni significative.
Così è vero che in “Prisoners of Love” non ci sono molti dei brani che abbiamo amato, dai richiami ai Velvet Undergorund del terzo disco di “One P.M. Again”, alla spettacolare rilettura di “Little Honda” dei Beach Boys o alla versione fatata di “Big Day Coming” che apre “Painful”, esclusa per far posto a quella rumorosa che troviamo qui.

Eppure, “Prisoners of Love” è una raccolta eccellente, che riesce a raccontare le facce differenti di un gruppo sempre vivo. La grazia di certe melodie sporcate dal rumore, “Sugarcubes”, “From a Motel 6” e “Tom Curtney”, e la delicatezza di certi brani pop, “Season of the Shark” e “The River of Water”, dimostrano come i Yo La Tengo siano autori di tutto rispetto. Oppure le ballate pulite che hanno punteggiato tanti dischi del gruppo di Hoboken, la loro grazia imperscrutabile e il lieve senso di malinconia, da “Stockholm Syndrome”, cantata dalla voce strozzata di James McNew, alla grazia acustica di “Did I Tell You”, o ancora all’incantevole conclusione di questa raccolta, la rilettura di un classico firmato da Sandy Danny, “By the Time It Gets Dark”.

I Yo La Tengo che, partiti da dischi vicini alla tradizione rock anni sessanta hanno costruito le atmosfere ovattate di “Our Way to Fall” e “Tears Are in Your Eyes”, hanno esplorato altre direzioni con il dono dei grandi artisti, riuscendo sempre a rimanere se stessi. La loro flemma e la loro grazia, si riconoscono nell’incedere ipnotico di “Autumn Sweater”, sorretta da un organo e da una melodia vicina al soul. Si notano quando il gruppo si incammina lungo uno strumentale carico di tensione, “I Heard You Looking”, e nella rilettura di un classico di Sun Ra, “Nuclear Bomb”. Ventisei canzoni in tutto e a chi non bastassero, eccone altre quindici nel terzo CD che raccoglie versioni alternative, cover e brani rari. Lasciano il segno una versione acustica di “Tom Courtenay”, una “Autumn Sweater” remixata e dilatata da Kevin Shields, e un’altra cover di Sun Ra, “Dreaming”. Diciotto anni di questa musica meritano di essere raccontati.

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