MORRISSEY, Live At Earls Court (Attack, 2005)

A dare retta a quelli che la sanno lunga, si dovrebbe iniziare a disquisire sull’inutilità di dischi dal vivo come questo e su tutte quelle cose di cui avrete già letto tante altre volte. Solo che in questo caso si rischia di non cogliere il nocciolo della questione. Ossia che “Live At Earls Court” è la testimonianza di una rivincita pura e semplice, di come il vecchio Morrissey ha giocato l’industria musicale inglese, e non solo quella, grazie ad un pugno di canzoni che nessuno si aspettava potesse comporre a questo punto della carriera. E’ questo il senso del disco dello scorso anno, “You Are the Quarry”, e questo celebra “Live At Earls Court”, nient’altro. Un disco registrato dal vivo a Londra che non dice nulla di nuovo su Morrissey, e difficilmente avrebbe potuto farlo.

Eppure un inizio come “How Soon Is Now?”, qui in una versione coincisa eppure sostanzialmente fedele all’originale, è ancora qualcosa di spiazzante. Morrissey si mostra a suo agio rispolverando il passato insieme agli Smiths, da quell’attacco di chitarra che dà il via a “Big Mouth Strikes Again”, passando per classici come “There Is a Light That Never Goes Out” e “Shoplifters of the World Unite”, fino allo struggimento di “Last Night I Dreamt That Somebody Loved Me”. Essendo però il disco in cui il cantante di Manchester celebra la sua vittoria su chi lo credeva finito, c’è soprattutto il presente da far pesare. Ed è un presente di tutto rispetto. Canzoni dall’aria spensierata, “First of the Gang to Die”, “The World is Full of Crashing Bores” e “I Like You”, oppure pagine intrise di dolore, “I Have Forgiven Jesus” e “Friday Mourning”, con quel senso di inadeguatezza e frustrazione nei confronti del mondo che Morrissey descrive da maestro.

Come nelle versioni in studio le chitarre sono aggressive, il ritmo è pressante, le parole taglienti come ai tempi migliori. Ma non c’è soltanto la celebrazione di “You Are the Quarry”, anche perché la carriera solista del Nostro non è stata avara di grandi canzoni. Mancano tracce dell’esordio “Viva Hate”, ma in compenso ecco “The More You Ignore The Closer I Get” con quel suono fresco e quella grazia che ha soltanto il pop migliore. La vera sorpresa è scovare l’omaggio a Patti Smith di “Redondo Beach”, ma non è certo un’interpretazione capace di dare una svolta al disco. Così “Live At Earls Court”, che non mostra novità rispetto alle versioni dei brani registrate in studio, è un album che si ama proprio perché non è necessario, perché per una volta rappresenta una celebrazione doverosa. Non cambierà il destino di Morrissey, ma quello ha già provveduto “You Are the Quarry” ha mutarlo.

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