NON VOGLIO CHE CLARA, Hotel Tivoli (Aiuola Dischi / Self, 2004)

Ci sono dischi che sono capaci di fermare il tempo. Una banalità? Non se riferita ai Non voglio che Clara, gruppo bellunese il cui debutto si è fatto aspettare per troppo tempo. Ora che l’abbiamo finalmente tra le mani, è come essere portati indietro negli anni: le tv piccole sul mobiletto trasmettono in bianco e nero, a Sanremo c’è Tenco, e l’Italia, con i suoi divi nascenti e il boom economico, sembra un microcosmo musicale a parte, fatto di melodie gentili e fin troppo memori di secoli di tradizione di musica da camera.

Beh, i Non voglio che Clara ricordano tutto questo, come potrebbe fare chi in quegli anni non era nato, e fanno propria una tradizione nobile (e rifiutata per anni dalla nostra scena rock) filtrandola con il gusto di chi è innamorato: di qualcuno che non c’è più, di un suono passato di moda, della propria malinconia. Bastano le spazzole e le prime note di pianoforte di “Quello con la telecamera” per tornare indietro: tutto scivola, malinconico, come un vecchio film, e il quartetto ha il coraggio di arrendersi alla melodia, di non cercare di nasconderla o di sporcarla.

Qualcuno potrebbe avanzare un dubbio: perché ascoltare questo gruppo, allora, se posso ascoltare Tenco, Mina, o gli altri nomi storici della nostra canzone? La risposta viene solo dopo alcuni ascolti: non si tratta di una triste imitazione, ma di qualcuno che ricorda questi suoni, e tra le pieghe infila velati riferimenti agli anni ’80 più introversi, quelli degli Smiths (citati sul piano estetico fin dalla splendida copertina, ma anche nella coda di “Se ti senti sola”); e così, tra il passo leggero e le trombe della title track, la bossanova languida di “Il nastro rosa” (magnifica, davvero), una cover di Mina (“L’ultima occasione”, resa più scura da una voce vecchio stile, calda come si conviene) e i pensieri scuri sussurrati di “I piani per il sabato sera”, questo disco, in meno di mezz’ora, si dimentica della modernità, e riesce a renderci nostalgici di un’epoca che non abbiamo mai vissuto. Non è cosa da poco, credetemi.

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